Non bastano gli Stati generali per fare la Green Economy

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di Francesca Cucciolla

Sulla scia della conferenza mondiale delle Nazioni Unite, Rio+20, con la quale si è rinnovato l’impegno internazionale per lo sviluppo sostenibile, è nata l’idea del Ministro dell’Ambiente Corrado Clini di creare “Gli Stati Generali della Green Economy”.

Il 7 e 8 Novembre, a Rimini, nella cornice di Ecomondo–Key Energy, è stato presentato il Rapporto sulla Green Economy e con esso le 70 proposte con le quali elaborare l’exit strategy dalla crisi economica ed ambientale italiana. Tale rapporto, realizzato dalla fondazione per lo Sviluppo Sostenibile a seguito del “Manifesto per un futuro sostenibile dell’Italia”, in collaborazione con l’Enea e il Ministero dell’ambiente e la partecipazione di 39 organizzazioni di imprese rappresentative della Green Economy italiana, ed oltre mille tecnici ed esperti di settore, individua otto tematiche chiave che dovrebbero dare al nostro Paese nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile: Ecoinnovazione, Efficienza Energetica, Energie Rinnovabili, Gestione dei Rifiuti, Servizi Ambientali, Filiere Agricole, Finanza&Credito, Mobilità Sostenibile.

Dati alla mano, il 25% delle imprese italiane oggi investe in tecnologie e sistemi “verdi”, mentre quasi il 40% dei nuovi occupati è legato agli investimenti sostenibili, e sono trend in continuo aumento. Questi dati ci forniscono una dimensione della virata che l’Italia sta compiendo verso nuove prospettive di sviluppo. Pensare green significa utilizzare meno risorse, incrementare l’utilizzo delle cosiddette “materie seconde”, educare il cittadino coinvolgendolo non più solo come consumatore di energia, ma anche come produttore e attore attivo nel proporre soluzioni nuove. L’azione nasce dalla consapevolezza, dalla conoscenza che il cittadino ha del territorio e dall’interazione e integrazione fra tutti i suoi attori. Solo così, dicono gli esperti, si può favorire la riduzione dei consumi di
risorse incrementandone l’approvvigionamento, e migliorare la competitività delle imprese nel lungo periodo, a livello nazionale e internazionale. L’idea dovrebbe essere quella di una Green Economy che si radichi dal basso, con l’obiettivo ultimo di creare nuovo valore e puntare al massimo possibile d’indipendenza energetica del Paese. L’evidenza empirica sembra dimostrare con chiarezza che i programmi di sviluppo sostenibile, se correttamente incoraggiati dalle istituzioni finanziarie,
apporterebbero benefici alla nostra economia, in primis, e alle singole imprese protagoniste della loro attuazione poi. Si può dar vita ad un nuovo sistema economico integrato che sappia creare valore aggiunto e nuovi posti di lavoro, che
permetta una maggiore mobilizzazione delle risorse finanziarie aprendo nuovi spazi nel mercato nazionale e globale. Si parla di creare una rete virtuosa, un nuovo sistema economico integrato in grado di coesistere con i vincoli che l’ambiente ci impone.
L’Italia, nonostante il periodo di crisi, il timore diffuso dovuto all’incertezza sul futuro e l’avversione al rischio d’investimento in settori ad alto rischio d’innovazione, sta quindi scommettendo sull’economia verde, come certifica il
Rapporto, puntando soprattutto sull’immagine di tradizione, qualità e creatività propria del Made in Italy. Purtroppo il nostro paese presenta ancora troppi ostacoli a livello amministrativo, normativo e fiscale, per cui le imprese verdi italiane oggi sono presenti in percentuale maggiore all’estero.

A Rimini è parso quindi chiaro che bisogna lavorare puntando sulle peculiarità e singolarità della nostra economia, sulle caratteristiche proprie delle Piccole e Medie Imprese e sulla loro potenziale dinamicità e capacità di reinventarsi coniugando valorizzazione e
innovazione. Il primo passo non può che essere allora l’adeguamento normativo a tali nuove esigenze, per creare una realtà capace di incentivare le nostre imprese a “green investire” sempre di più nel nostro Paese, contribuendo al rilancio della competitività a livello globale.